Racconto: l’isola a forma di farfalla

Ovviamente era toccato a me, andare a prendere la scrittrice.   
In casa erano state settimane di agitazione. La mamma correva da una parte all’altra, lavava i vetri della stanza che l’avrebbe ospitata, rassettava, riempiva vasi di fiori rigorosamente finti, perché quelli veri si mettono solo al cimitero. Per giorni aveva continuato a ripetere a mia zia, mio padre e me che non avremmo dovuto disturbare, per nessun motivo, la scrittrice. Che quella, veniva apposta su un’isola per stare tranquilla, per farsi venire l’ispirazione, per scrivere in santa pace senza i fastidi della città. E noi, avremmo dovuto camminare in punta di piedi per non darle fastidio perché magari avrebbe scritto il capolavoro della sua vita proprio qui, in casa nostra.
Quello su cui ero assolutamente d’accordo con la scrittrice, anche se non la conoscevo ancora, è che su un’isola si sta in santa pace. Fin troppo. D’estate gli aliscafi arrivano stracolmi di turisti dal mattino presto e l’isola si accende. Tutto è rumore, dal pescatore che vuole vendere il suo pesce fresco, ai motorini che i turisti noleggiano. Ma quando arriva la sera i turisti tornano a Trapani e l’isola viene avvolta dall’oscurità. Chi non ha mai dormito su un’isola non sa che la notte è scura, che l’illuminazione è solo in qualche via del centro, che se guardi il cielo lo vedi lì su di te, vicinissimo, e riesci a distinguere tutte le stelle. Quando i turisti vanno via cala la notte e il silenzio. L’isola vive soprattutto grazie a loro ma anche se nessuno lo ammette, io so che la gente di qui, non vede l’ora che anche l’ultimo aliscafo riparta. Perché chi vive su un’isola non sarà mai come gli altri.

Chi vive su un’isola si sentirà sempre sospeso, in mare aperto, lontano e isolato. Il mare è il nostro più prezioso alleato, diceva mio nonno e idem il mio bisnonno. Entrambi avevano lavorato allo Stabilimento Florio e sapevano bene quanto il mare ci desse tutto, il lavoro, il cibo, il benessere. Però il mare ci toglie anche, pensavo io. Ma a vedere nei loro occhi l’orgoglio nell’avere partecipato alla pesca del tonno, nell’aver fatto parte di una tradizione così importante, non ho mai osato dirlo.

Però è così, il mare ci toglie tanto. Se vivi su un’isola e decidi di fare un viaggio, diverrà un viaggio nel viaggio, perché anche solo per raggiungere un aeroporto dovrai prendere l’aliscafo, poi il pullman e infine l’aereo. Stare su un’isola, ti isola.

La scrittrice verrà qui apposta, per scappare dalla sua vita, perché prima che la raggiungano qui, ce ne vorrà. Io se voglio scappare non posso: in qualsiasi direzione sceglierò di andare ci sarà solo mare.
A tutto questo penso continuamente, soprattutto la notte, quando un nodo allo stomaco mi prende e non riesco ad addormentarmi. Penso a quanto sarebbe bello vivere in una grande città, conoscere tanta gente, decidere di fare la spesa in un supermercato sempre diverso, andare in giro e passeggiare senza avere mare dappertutto. Poi riesco a prendere sonno e quasi sempre, faccio lo stesso sogno.
E penso al mio sogno anche quando sono sulla spiaggia dinanzi al porto a passeggiare con i piedi nella sabbia ancora fredda mentre aspetto che l’aliscafo con la scrittrice arrivi. Me la immagino di una certa età, con i capelli arruffati perché non è abituata al vento, con un nuovissimo pc sul quale batterà tutto il giorno parole, frasi, pagine.
L’aliscafo sta arrivando, lo vedo in lontananza, mi allaccio le scarpe con la sabbia che mi scricchiola nei calzini e lascio La Praia alle mie spalle.
È solo quando tutti sono scesi e l’aliscafo è quasi ripartito che riesco a scorgerla. È giovane, i capelli non sono scompigliati perché li ha cortissimi e scuri, ha una piccola valigia, una macchina fotografica enorme al collo e un sacco di fogli e libri in mano. A differenza mia, lei capisce subito che sono io, quella che la sta aspettando e infatti viene verso di me e da lontano alza una mano come saluto. E io faccio lo stesso. Si avvicina a grandi passi e sorride, con quel sorriso così contagioso che in pochi hanno, e che mi fa sorridere di conseguenza.
Quando arriva davanti a me, sfila gli occhiali da sole e se li infila in testa con una mano e mi porge l’altra: – Piacere, sono Lia. Tu devi essere la figlia della signora Scuderi.
– Sì, sono io.
– Come ti chiami?
– Vita.
La scrittrice è rimasta zitta e mi è anche sembrato che il suo sorriso contagioso fosse cambiato all’improvviso. Le fossette che avevo intravisto mentre sorrideva erano prontamente rientrate nella guancia. D’altronde il mio non è un nome così usuale e spesso le persone nuove si stupiscono quando lo sentono. Per questo mi invento da sempre dei nomignoli e mi piace che gli altri mi chiamino con dei soprannomi. Sto pensando a cosa dire per superare il silenzio imbarazzante che si è creato, quando la scrittrice mi dice: – Non posso crederci, era proprio destino che arrivassi qui. Vita è il nome della protagonista del mio romanzo.

Dopo l’arrivo della scrittrice che nel frattempo per me era diventata solo Lia, tutto ha iniziato a correre velocemente. La mamma non faceva altro che cucinarle piatti della tradizione siciliana mettendo pesce e capperi un po’ dappertutto e lei sembrava apprezzare. La zia si era messa in testa di andare a trovare Lia nella sua città del nord una volta che fosse rientrata, così finalmente avrebbe trovato un marito. Tutte le mattine lei e Lia prendevano le biciclette e andavano a Cala Azzurra, poi arrivate alla strada sterrata, tornavano indietro. Il pomeriggio riprendevano le biciclette e andavano a Punta Sottile, al faro, dove il sole tramonta. Anche papà, sempre burbero e diffidente con tutti, passava molto tempo con Lia. L’aveva portata allo Stabilimento Florio e le aveva raccontato tutti gli aneddoti dei tonnaroti, del rais e della tonnara. Lia andava con lui a prendere il pesce al porto al mattino presto e quasi sempre tornavano a casa con cassatelle e cannoli per tutti.
Adoravo stare con Lia ed ero un po’ gelosa di doverla dividere con gli altri. E sotto sotto sospettavo che per ognuno della mia famiglia fosse così. Sapeva tantissime cose, ci raccontava dei viaggi che aveva fatto, dei libri che aveva scritto, delle storie che ancora doveva scrivere. Ma non parlava mai del suo romanzo, di quello che era venuta a scrivere proprio a casa nostra. Ma pensavo che lo facesse per non rovinarci la sorpresa. Del romanzo nessuno oltre a me osava chiederle, solo qualche domanda ogni tanto. Ci diceva che stava prendendo forma, ma più di così non si sbilanciava. Quando le chiedevamo quando scrivesse, lei ci rispondeva la notte, perché era più ispirata e contenta della giornata trascorsa. Forse io ero la più curiosa di tutti perché ero orgogliosa che la protagonista si chiamasse come me e speravo che il mio nome comparisse nel titolo. Così, ogni volta che qualcuno avesse osato dirmi: -Ma che nome è Vita? – io avrei potuto dire che era come quel titolo del romanzo e finalmente mi sarei sentita con un nome importante anche io.

Un pomeriggio portai Lia nel mio posto preferito sull’isola: è l’unico luogo di Favignana da cui si può vedere tutta l’isola dall’alto. Abbiamo superato lo Stabilimento Florio e ci siamo incamminate verso il Monte Santa Caterina. Camminavamo veloci e silenziose, come se fossimo arrabbiate l’una con l’altra. Arrivate alle scale di pietra, abbiamo cominciato a salire, il fiatone e la fatica ci facevano concentrare solo su quello che stavamo facendo. Abbiamo percorso altri scalini, sempre meno allineati e più rotti, fino a quando Lia si è fermata e si è girata verso il mare. Mi ha guardato e mi ha detto: – Che bello, si vede il porto. Da qui sembra piccolissimo!
Non ho risposto, le ho solo fatto cenno di continuare a camminare. Lia mi ha sorriso e dopo pochi minuti siamo arrivate in cima. Il Castello era lì davanti a noi, diroccato, cadente, deserto, usato come pascolo da qualche mucca che brucava lì vicino. Lia sorrideva, era felice. Vedevo i suoi denti bianchissimi anche se aveva tutti i capelli in faccia per il vento. Le ho detto di guardare di nuovo il porto.
E lei mi ha risposto: – Da quassù, è ancora più piccolo – Le ho raccontato della prima volta che ero stata lì, mi aveva portato mio nonno un pomeriggio che ero con lui. Mio nonno era di poche parole, un pescatore che al mare ha dedicato se stesso e la sua vita, mettendola continuamente a repentaglio. Mio nonno mi diceva sempre: – Quando un problema ti sembra enorme, allontanati un po’ e vedi se cambia qualcosa. Se non ti è ancora chiaro, spostati più in là. Non lasciarlo alle spalle, guardalo sempre bene, ma da un po’ più di distanza. Quando abbiamo iniziato a salire il porto è diventato sempre più lontano e più piccolo. Ma da qui la situazione è più chiara: capisci perché quella barca è stata messa proprio in quel punto preciso, perché quella casa costruita lì, è riparata dalle onde del mare e non lo sarebbe stata se l’avessero costruita un po’ più spostata. Quando la mia vita è tutta ingarbugliata vengo qui. Il mare è lontano e posso stare seduta senza paura che mi bagni i piedi.
Mi voltai per guardare Lia, che guardava il porto silenziosa. Aspettavo che mi dicesse qualcosa e invece non parlava. Ripensai parola per parola a quello che avevo detto, temendo che si fosse potuta offendere per qualcosa. A un certo punto si è alzata e mi ha chiesto: – Vita, si può entrare nel Castello?
– Sì, ma è pericoloso. Potrebbe crollare da un momento all’altro.
– Ci sono cose peggiori – Mi rispose così. E non era da lei rispondere cose così, stupide e superficiali, come se della vita, la sua, non gliene importasse granché.
La seguii mentre entrava dalla porta del Castello e risaliva gli scalini, infilava la testa nelle stanze con il pavimento completamente crollato e si dirigeva verso la terrazza. Avevo il cuore in gola, temevo che i miei genitori si sarebbero arrabbiati con me per averla portata lì e averle permesso di entrare. Un conto era andare con i miei compagni e fare a gara a chi si spingeva più in là, diverso era mettere in pericolo Lia. Arrivate alla terrazza più alta, l’infinito si apriva dinanzi a noi, l’isola di Levanzo era grande e bella e il porto ormai era solo un ammasso di colori e mare indefinito. Lia si è seduta per terra a gambe incrociate, il vento ancora più forte le scompigliava ancora di più i capelli. Respirava come se avesse il fiatone, mi sembrava agitata. Tutto d’un fiato, sempre guardando il mare, mi disse: – Vita, non c’è nessun romanzo. Io non riesco più a scrivere. Tu vieni qui quando la tua vita si ingarbuglia, io tra i miei problemi e me ho dovuto metterci migliaia di chilometri e il mare. Mi dispiace se ho deluso te e la tua famiglia. Non era mia intenzione. Avevo solo bisogno di un posto in cui scappare per un po’.
Mi sentii stordita, con la faccia improvvisamente calda nonostante il vento. Mi sentivo tradita e presa in giro. Mi ero sentita importante in quei mesi, le avevo raccontato tutto di me e passavo i momenti prima di andare a dormire fantasticando su quello che Lia stava scrivendo della sua protagonista, e quindi anche un po’ di me.
– Non vi ho detto tutta la verità, ma non vi ho mai mentito. Siete stati una famiglia per me – A quel punto mi arrabbiai sul serio e le dissi guardandola dritta negli occhi: – Tu hai mentito dal primo secondo, mi avevi detto che Vita era il nome della protagonista del tuo romanzo. Non ti sembra mentire questo?
Lia abbassò lo sguardo. Lo vedevo che ci era rimasta male e mi è sembrata delusa dalle mie parole. Arrabbiate e deluse percorremmo tutta la strada del ritorno e arrivate a casa io andai subito in camera mia. Non volevo mangiare, non volevo parlare con lei, non volevo nemmeno guardarla. Nessuno mi venne a chiamare o a chiedere come stessi, ma mettendo l’orecchio vicino alla porta sentii che Lia parlò per molte ore con i miei genitori. Parlavano a bassa voce e bisbigliavano appena, non capii granché.

Me ne andai a dormire e feci lo stesso sogno di sempre. Una farfalla bellissima, con colori brillanti e stupendi, appoggiata a un fiore. Cercava di volare , ma non riusciva. E a poco a poco, iniziava a morire, davanti ai miei occhi. I colori prima luminosi, diventavano via via sempre più scuri, tendenti al nero. Fino a quando moriva. Io ero lì, la guardavo e non facevo assolutamente nulla per cambiare le cose. Rimanevo a guardare che la farfalla morisse e basta. Al mattino mi svegliai agitata, come sempre dopo aver fatto quell’incubo. Erano mesi che non capitava e capii che probabilmente il litigio con Lia era stato la causa. In cucina mia mamma puliva già il pesce per pranzo. La camera di Lia era aperta e ordinatissima. Guardai meglio e dentro non c’erano più le sue cose. Guardai mia madre e le chiesi dove fosse andata Lia. Si girò verso di me e solo in quel momento vidi che aveva gli occhi lucidi : – Lia parte oggi. Se corri la trovi ancora al porto. È voluta andare da sola.

Non capii più niente. Mi misi a correre come una pazza. Non guardai se passavano macchine, bici, persone. Sarei stata in grado di travolgere chiunque. Sentii l’aliscafo che arrivava. Non poteva andarsene così, perché non mi aveva salutato? Quando sarebbe tornata? Quanto sarebbe stata al nord? Girai intorno a Palazzo Florio per fare una scorciatoia e arrivare prima. La vedo in lontananza, indossa il vestito con le margherite che mise la prima sera che arrivò qui.
Urlo il suo nome con tutto il fiato che ho in corpo. Lei si blocca, si gira e mi vede. Corre verso di me e ci abbracciamo. Non ci diciamo niente, ci abbracciamo e piangiamo solamente. La stringo forte e spero che cambi idea, che decida di rimanere qui per sempre. Lei mi guarda e sorride. Mi dice di aspettare, che deve darmi una cosa, che era sicura che sarei venuta al porto a salutarla. Mi lascia un quaderno e mi dice: – Una bugia l’ho detta. Non ho scritto il romanzo, ma stanotte ho scritto per te.

Mi asciugo le lacrime e prendo il quaderno che mi porge. Davanti, sull’etichetta c’è scritto: “L’isola a forma di farfalla”. Tiro su la testa per guardarla ma lei ha già indietreggiato e sta salendo sull’aliscafo che la porterà a Trapani e da lì, un aereo la riporterà a Torino. L’aliscafo parte, sputa acqua, sopra c’è gente che saluta. Intravedo Lia, ci guardiamo e basta.

Apro il quaderno, sulla prima pagina in centro ci sono scritte poche parole: “A te, che sei Vita”.  

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