Raccontaci una storia, mamma. Raccontaci di quando non sei andata a scuola per mesi

-Raccontaci una storia, mamma.
Raccontaci di quella volta che non sei andata a scuola per tanti mesi.
-Non per mesi, per anni!
-Shhh Leo, ma se non sai neanche quanto dura un anno. Vai ancora all’asilo!
-Se non litigate, ve la racconto. Ma è l’ultima volta- dice la mamma, guardando i suoi figli impazienti. Sa bene che non sarà l’ultima volta che la racconterà, perché è la loro preferita, e sa anche che toglierà sempre un pezzettino della storia. Perché va bene la verità prima di tutto, ma a volte è meglio zuccherarla.

-Tanti anni fa, quando io ero poco più di una bambina e avevo pochi più anni di Leo, un giorno la mamma mi disse che per quell’anno non mi sarei potuta travestire da principessa. Subito non capii proprio perché. La mamma voleva forse che mi travestissi da qualcun altro?Il vestitino rosa che mi aveva cucito il papà, non mi stava più?Non mi sembrava di essere cresciuta così tanto. Allora la mamma mi disse una cosa proprio bizzarra: quell’anno non avremmo potuto festeggiare il Carnevale! E la trovai una cosa così tanto strana perché sapevo bene quanto fosse importante il Carnevale per la mia famiglia: gli zii, i miei cuginetti più grandi, i miei compagni di scuola, gli amici dei miei genitori, non facevano altro che parlare di Carnevale, per giorni e giorni. E tante persone mi dicevano che arrivavano turisti da tutto il mondo per vederlo, ma io pensavo che forse dicevano così perché tutti travestiti, con le maschere, non si riconoscevano. Quando sono diventata grande, invece, ho capito che era proprio vero.
-Mamma, perché non ti travestivi da cowboy?
-Shhh Leo, non puoi parlare sempre, se no la mamma perde il filo.
-Non litigate, andiamo avanti con la storia, che è già tardi. E così, niente Carnevale in quei giorni. Era un po’ strano stare a casa e non fare le cose che facevamo sempre, ma ero piccola e trovavo sempre un nuovo gioco divertente da fare.

Poi un giorno il papà mi dice di non fare la cartella, che saremmo stati a casa da scuola ancora un po’. Che però avremmo potuto leggere, inventare storie, fare puzzle e preparare biscotti. Subito non ero molto contenta, mi mancavano le maestre e la mia classe, con tutti quei cartelloni colorati appesi per non farci dimenticare le regole e le tabelline e l’intervallo in cui potevamo correre in giardino. Ma in realtà mi bastava avere papà a casa tutto per me per essere felice. E il resto non contava più.

E dopo aver colorato, giocato a nascondino, impastato biscotti a forma di alberi e aeroplani, un giorno ho detto a papà che volevo tornare a scuola, che mi ero divertita tanto a casa con lui, che era bello stare tanto tempo insieme, ma che io volevo anche andare a scuola e tornare a danza e fare tutte le cose che facevo sempre. Mi dispiaceva dire al papà che preferivo anche andare un pochino a scuola e non solo stare con lui, ma lui non si è arrabbiato. Però mi ha spiegato che non si poteva, non era possibile. Mi ha spiegato che c’era un virus, che io mi sono immaginata come un signore cattivo, che si attaccava da una persona all’altra, come quando si gioca a staffetta. Papà mi ha spiegato che potevamo ammalarci tutti, i nonni soprattutto, ma anche lui e la mamma, e addirittura noi bambini. Per questo motivo dovevamo lavare le mani contando fino a quindici, non dovevamo metterci mai e poi mai le mani in bocca, le dita nel naso e toccarci gli occhi. Ed era anche per quel virus cattivo che non potevamo andare a scuola e che tutti i bambini dovevano sono rimasti a casa, per mesi.
Bene, adesso mettetevi a letto, è ora di dormire.

-Mamma, però non ci dici mai come finisce la storia.
-Finisce così. Tutti i bimbi sono stati a casa da scuola per mesi.

-Ma tu ti sei ammalata? Ma quale dottore ha trovato una cura?
-Andate a dormire – dice la mamma mentre socchiude la porta, pensando che forse è arrivato il momento di dire come la storia è finita, che forse almeno il suo figlio più grande merita di sentire anche la parte che manca. Ma proprio mentre sta per allontanarsi, sente Leo dire al fratello: – Perché hai chiesto alla mamma se si è ammalata anche lei per il virus cattivo? Le storie che racconta la mamma sono fantasiose, per questo fa la scrittrice!

Lidia rimane ancora vicino alla porta per qualche istante. Non li sente più, muoversi nei loro lettini, non vede più le ombre delle loro manine giocare davanti alle luci sul comodino ancora accese. Devono essersi addormentati.

Non è mai facile raccontare quella storia ai bambini, ripensare a quei momenti difficili ormai lontani, ma ancora vividi. Le era venuta l’idea di raccontarla un giorno, esasperata per i capricci che facevano per lavarsi le mani. Esce sul terrazzo e lo vede in lontananza. Il mare è sempre lì, placido di notte, esuberante di giorno, ad aspettarla anche quando il suo cuore è in tempesta. Tra tutte le scelte che ha fatto nella sua vita, questa è quella che la convince ancora: vivere su un’isola a forma di mezzaluna, da quando è diventata mamma, la fa sentire al sicuro. Lontano da tutti, è vero, ma anche lontano dalle cose brutte.

-Si sono addormentati?
-Sì – e Lidia gli schiocca un bacio sulle labbra.
Scrivi anche stanotte?

Ma Lidia è già altrove. Tra i suoi pensieri, tra le sue storie.

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