La mia, è stata senza dubbia un’estate piena: piena d’amore, piena di commozione e lacrime, piena di chilometri, piena di giorni di viaggio, piena di così tanto, che ora che devo metterlo scritto, mi sembra ancora di più.

L’estate è ormai alla sua ultima meravigliosa fase. Su Torino è sceso un velo fatto di pioggerellina, serate e mattine fresche, sole che fa capolino sempre più tardi e scappa sempre prima la sera. Quando poi al perfetto connubio giro in Vespa e gelato iniziamo a preferire le serate passate a vedere film con il bucato al profumo di gelsomino che non si asciuga più così velocemente e una tisana, allora l’Autunno è ufficialmente iniziato e con lui tutto quello che comporterà: tè a qualunque orario, torte alle mele in forno, biscotti a forma di aeroplani e barchette nella scatola di latta che ho comprato nella Valle della Loira, libri letti sul divano, ritmi più lenti.

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Perché io non vedo l’ora che arrivi l’inverno per rallentare un po’ il ritmo, per godermi di più le mura domestiche e la persona che le abita, per organizzare cene a casa e weekend in cui l’orologio è bandito.  Per fare finalmente ordine tra i ricordi di un’estate che, nel bene e nel male, non potrò mai dimenticare.

In estate vivo a cento all’ora, in un continuo sali e scendi di emozioni ed esperienze. E solo adesso che ho provato a mettere a posto le fotografie, mi sono resa conto di quante prime volte ho vissuto, e purtroppo anche ultime. Ho sentito recitare la poesia di Guido Catalano e me ne sono innamorata, ho scoperto la voce e la simpatia di Brunori Sas e ho iniziato ad ascoltare le sue canzoni, ho fatto scorpacciate di puntate radiofoniche in cui si raccontano storie. Ho letto un solo libro e mi sono maledetta per questo, ma sono grata a quell’autore che mi ha lasciato così tanto e che proprio in questi giorni ne ha pubblicato un altro. Non ho letto molto, è vero, se non qualche rivista ( di viaggio ), ma ho scritto tantissimo, come non mai, nei posti più disparati. E ho scritto anche un racconto di viaggio, di un’isola della Sicilia che un anno e qualche mese fa mi ha rubato il cuore. Insieme ad altri autori, ho preso parte alla raccolta di racconti di viaggio, Wanderlust  e ho realizzato un altro pezzettino dei sogni che ho lì.

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Sono andata a matrimoni quasi a cadenza costante, ogni due settimane circa. Ho comprato piante e ho bagnato le aromatiche, di solito la mattina presto, quando menta e salvia facevano sentire prepotentemente la loro presenza. Ho guardato i peperoncini crescere e mi sono sentita invincibile. Ho assaggiato delizie lungo tutto lo Stivale, ho mangiato tantissimi gelati. Ho imparato che è meglio non giudicare, mai; perché nessuna vita è uguale a un’altra, anche se quell’altra vita è quella di tua sorella.

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Ho viaggiato tantissimo, continuamente. A Maggio sono stata a Bellaria dove ho conosciuto sconosciuti che sono diventati da subito amici, a Giugno è stata la volta della Valle della Loira con i suoi regali castelli e a Luglio è stata la volta della Provenza. Ad Agosto siamo partiti per un meraviglioso viaggio-lavoro lungo tutto lo Stivale. Partendo dall’Umbria, siamo andati in Campania, ci siamo spostati in Basilicata e siamo arrivati in Puglia. Abbiamo proseguito per la Sicilia per ritornare qualche giorno in Umbria. Passare per l’Emilia Romagna e tornare in Piemonte. Ho fatto e disfatto continuamente valigie e zainetti.

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La mia estate è stata un continuo cambiamento. Cambiamento di casa, di letti, di viaggi. Cambiamenti inaspettati e amati, cambiamenti attesi e voluti. Ma quando c’è un cambiamento, per quanto bello, viviamo inghiottiti in un vortice in cui tutto accade velocissimo.

Ecco, sì. Questa estate tante volte avrei voluto fermare il tempo. Avrei voluto fermare l’attimo quando ero sulla spiaggia a guardare un tramonto, quando mi sono state dette parole dolcissime e indelebili, quando mi sono tuffata nel mare, quando ho fatto il morto in piscina, quando ho riso a crepapelle, quando abbiamo deciso (di nuovo) di partire senza la data di ritorno, quando ho visto la lavanda in Provenza e le colline in Umbria. Quando ho passeggiato tra i Castelli della Loira, quando una serata qualunque è diventata speciale con persone appena conosciute, quando ho viaggiato in treno e mi sono sentita felice anche se ero sola. Quando il sole più timido verso l’ora del tramonto mi accarezzava la pelle, quando ho scoperto che a Marsiglia l’acqua del mare è gelata, quando abbiamo dormito in autogrill. Quando ho ascoltato il mio programma radiofonico preferito, quando ho imparato una cosa nuova, quando ho letto una bella frase e non avevo niente a portata di mano su cui scriverla.

Avrei voluto fermare il tempo quando ho sentito la notizia dell’ennesimo vile attentato al cuore del mondo, del terremoto ad Ischia, degli avvenimenti di cronaca di cui tutti avremmo volentieri fatto a meno.

E poi, proprio quando l’estate sembrava finita, in realtà io avrei voluto fermare ancora un attimo il tempo, proprio qualche secondo prima che mi schiantassi con la mia tanto amata auto contro un’altra, proprio il giorno dopo il nostro rientro dal lunghissimo viaggio di Agosto.

Avrei voluto fermarlo il tempo lì, solo io so quanto, per rimanere accanto all’auto che mi ha protetta dalle incurie giovanili, dai temporali improvvisi, dal buio della notte. L’auto che mia sorella ha difeso da una grandinata improvvisa entrando in un garage privato lasciato aperto. Perché la verità è che in 14 anni di scoperte e timori, Lei è stata più di un’auto, è stato il “portami a casa” di tante serate in cui la notte e il maltempo facevano paura.

Pensavo non ti fossi fatta niente, che fosse come quella volta che, appena presa la patente, toccai un marciapiede durante un parcheggio: il rumore fu fortissimo, ma tu ti eri appena inclinata in quella parte che dicono si chiami – appunto – paraurti. E invece no. Questa volta fu diverso, nessun para avrebbe potuto esimerti dall’urto. Ti sei scomposta come una foglia secca, hai attuito il colpo prendendolo tutto tu. E proteggendo me. Mi hai stretta forte a te con la cintura, togliendomi il respiro per un attimo. Hai attivato i tuoi air bag, in agguato da 14 anni, pronti a salvarci la vita quando sarebbe stato necessario. Non hai potuto fare niente per quella costola e qualche livido ma so che hai fatto più di quello che hai potuto, per farmi uscire indenne da questo mio primo devastante incidente. E quel dolore lì, proprio tra sterno e cuore, che diventa più forte quando respiro profondamente o mi sorprende il singhiozzo, qualcuno mi dice che sia la costola fratturata, ma io so che è il buco che hai lasciato.

Poveri i signori delle assicurazioni che pensano di sapere il valore di un’auto. Ma, in realtà, che ne sanno? Che ne sanno di quante volte ti abbiamo spenta per poi subito riaccenderti quando imparavamo a guidare? Che ne sanno della poca benzina che ti mettevamo senza che ci lasciassi mai a piedi? Che ne sanno dei tuoi 240mila chilometri di storia, mari, on the road, salite? Che ne sanno di quando ti lanciavamo giù per le discese per accenderti durante un weekend in liguria? Che ne sanno delle persone che aspettavano che finissi di parcheggiare per poi chiedermi se fossi in vendita?

Avrei voluto portarti ancora una volta in Croazia, per quelle strade che conosci e ami. Avrei voluto portarti in Normandia, in Sardegna sul traghetto. Ho fatto in tempo a mostrarti ancora i campi di lavanda della Provenza e i suoi borghi arroccati, le strade a curve delle Cinque Terre e i nuovi percorsi quotidiani.

Sei stata protezione.
Sei stata viaggio e scoperta.
Sei stata le mie ali.
Sei stata ma non sarai più e forse, questo, era l’unico modo per fermarti.

Sei stata tutte le lacrime che ho versato in questi ultimi giorni di fine estate, quando ho capito che purtroppo più tengo a qualcosa, più rischio di romperlo.

Buona fine estate. E sempre, ALLACCIATE LE CINTURE.

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