Intervista a Annalisa Zamboni e del suo viaggio al Circolo Polare Artico

Ho conosciuto Annalisa sul web, come sempre più spesso capita nel mondo blogging. L’ho seguita con ammirazione nel suo viaggio al Circolo Polare Artico e l’ho seguita anche quando, subito dopo, è andata a scaldarsi in Marocco. Le ho proposto questa intervista e lei ha accettato con gioia e quando ho ricevuto, via e-mail, le sue risposte, ero così curiosa che ho fermato la macchina e l’ho letta tutto d’un fiato.

1- Partiamo proprio proprio dall’inizio. Come ci sei finita al Circolo Polare Artico qualche giorno dopo lo scoccare dell’ultimo dell’anno?
 
Mi sono decisa, dopo tanto tempo che ne sentivo parlare, di iscrivermi al portale Workaway. Per chi non lo conoscesse è una piattaforma che ti permette di candidarti ad un vastissimo numero di offerte di lavoro all’estero, in cambio di vitto e alloggio. Ho creato il mio profilo inserendo le mie competenze e i Paesi che sarei stata disponibile a raggiungere. 
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Dopo pochissimi giorni mi arriva una chiamata dalla Norvegia. Era un tour operator che organizzava spedizioni nel Nord, oltre il Circolo Polare Artico. Il loro fotografo e video maker ufficiale, che doveva arrivare dall’Olanda, aveva avuto un infortunio e cercavano con urgenza qualcuno che lo sostituisse. 
Gli spiegai brevemente al telefono che, benché non me la cavassi male, non ero né una fotografa professionista, né tanto meno una video maker. “Non importa” mi risposero “ci serve qualcuno che sia a Helnessund la prossima settimana, che sappia come si tiene in mano una fotocamera e che non tema il freddo.” E l’avventura hanno aggiunto poi. Inutile dirti che quella notte non dormii affatto, ma che il giorno dopo stringevo tra le mani un biglietto di sola andata per il Circolo Polare Artico.
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2- Hai dormito in una barca a vela, in una tenda tepee in un campeggio improvvisato e in un bivacco norvegese. Ci racconti qualcosa di queste tre esperienze e di questi tre modi in cui hai vissuto a contatto, estremo, con la natura?
Quando ho accettato il lavoro sapevo che lo spirito della spedizione sarebbe stato quello di adattarsi ad ogni condizione, sopravvivere in una natura selvaggia con un clima ostile. “Sopravvivere nell’Artico” era molto più che un claim pubblicitario per gente annoiata in cerca di emozioni forti.
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Sopravvivere nell’Artico significava vivere secondo i principi di autosufficienza e sostenibilità. Una filosofia di vita che mi affascinava tantissimo e volevo forse dimostrare, agli altri, ma soprattutto a me stessa, che potevo farcela. È stata dura, non c’è dubbio! La consapevolezza di far parte di una spedizione fuori dall’ordinario però ci rende forse più curiosi e forti. Fatto sta che dopo la fatica fisica arrivava subito la soddisfazione di una nuova piccola conquista. Come dover tagliare la legna secca dagli alberi di un bosco per accendere un falò e scaldarsi nella notte, prima di infilarsi nei propri sacchi a pelo.
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Le notti in tenda sono state senza dubbio le più faticose. Le più belle invece quelle nei bivacchi. Delle vere e proprie casette per le bambole, che spuntavano dal manto bianco. L’attenzione dei norvegesi per questi luoghi, li rende dei rifugi accoglienti e dotati di ogni comfort. Si richiede infatti agli escursionisti di lasciare questi bivacchi pronti per l’arrivo di nuovi ospiti. Arrivavi quindi stanco e affamato in queste piccole casette in legno e trovavi già cibo e legna per accendere la stufa. A tua volta lasciavi il cibo che ti eri portato da casa nella credenza del rifugio e un biglietto di benvenuto. Naturalmente non c’era né acqua corrente né elettricità, ci si scaldava con il fuoco e si accendevano candele per la lunga notte artica. Si facevano i turni la notte per controllare che il fuoco non morisse e ci si raccontava storie. Sono stati i momenti più belli.
 
3- Bodø, Helnessund, Brennvika, quale luogo ti ha lasciato di più? Quale tra questi posti custodirai in un angolino speciale dei tuoi ricordi e perché?
Bodø è stato un luogo di passaggio, è nota per essere la porta per il Grande Nord. Diciamo che è là dove tutto è iniziato. Ma la nostalgia e la pelle d’oca viene quando riguardo le foto di Helnessund, il piccolo villaggio di pescatori in cui eravamo ormeggiati e che è stato il mio  “campo base” per quasi un mese. La mattina mi svegliavo, salivo la scaletta per uscire dalla North Face (la barca a vela nella quale dormivamo), e vedevo oltre l’orizzonte le cime innevate delle Lofoten, illuminate dai primi raggi del sole. La notte invece scrutavo spesso il cielo in attesa di quel bagliore, che quasi ogni notte si trasformava in una meravigliosa Aurora Boreale.
È ad Helnessund che ho visto la mia prima Aurora, ed è un’emozione che non si scorda mai.
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Se devo invece parlare di bellezze naturali, senza dubbio Brennvika. Una spiaggia che non si dimentica: i cristalli di ghiaccio sul bagnasciuga e quelle montagne a picco sul mare nere come la pece, spolverate di neve bianca… una bellezza da togliere il fiato.
 
5- Quali sono state le difficoltà incontrate?
Benché ami molto la natura e i paesaggi incontaminati, non avevo mai avuto l’occasione di allontanarmi così tanto dalle mie abitudini. Sono uscita completamente dalla mia zona comfort per immergermi in un mondo fatto di ami da pesca, falò sulla neve, gps e sacchi a pelo. E’ stato senza dubbio divertente, ma dal punto di vista fisico, molte volte, stressante. C’erano pochi momenti per ricaricarsi, non c’era nessun albergo in cui scaldarmi la sera, e nessun pasto caldo pronto ad attendermi. Non sono mai entrata in un bar o ristorante, poche volte in un supermercato. Quando ho lasciato lo Steigen per raggiungere Oslo, e da lì tornare poi a casa, mi sentivo strana. Come quando torni da un lungo viaggio all’estero e senti di nuovo le persone intorno a te che parlano italiano! 
Il contatto con la “civiltà” dopo quasi un mese di campeggi nei boschi e passeggiate sulla neve, mi aveva lasciato un po’ interdetta. Mi sono ripresa in fretta comunque, sono entrata in una profumeria e, dopo un mese, mi sono truccata! 😀
4- Che cosa ti ha lasciato questa esperienza, come viaggiatrice e come persona?
È stato naturalmente un viaggio non solo alla scoperta dei paesaggi nordici, ma anche un viaggio introspettivo. È cambiato sicuramente il modo in cui vedo me stessa. Viaggiare da sola, uscire dalla mia zona comfort, affrontare sfide e avventure che mai avrei pensato prima, mi ha reso sicuramente più forte e consapevole di esserlo. Se tempo fa mi avessero domandato chi, in caso di necessità anche temporanea, sarebbe stato in grado di sopravvivere in un ambiente naturale, selvatico e ostile, avrei risposto “io no di certo”, probabilmente intenta a prepararmi una moka di caffè caldo per la giornata in ufficio. Oggi tutto è cambiato e non solo ripartirei per questa avventura oggi stesso, ma sarei più pronta e forte. È cambiato poi sicuramente il mio rapporto con la natura. In Norvegia la natura è talmente forte e potente che non puoi fare altro che abbassare la testa e rispettarla, trarne sostentamento fisico e spirituale. Inutile cercare di domarla e adattarla all’uomo. 
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2 pensieri riguardo “Intervista a Annalisa Zamboni e del suo viaggio al Circolo Polare Artico

  1. Grazie mille per questa intervista Elisa! Quasi mi commuovo da sola a leggerla! Ahahah 🙂 l‘emozione di condividere momenti così intensi per me, con te e la tua community di lettori e radioascoltatori è stata grande e mi ha sempre messo il sorriso! Un abbraccio grande e spero di conoscerti presto, non più solo “virtualmente” 🙂

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