famiglia
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Tempo fa, mi è capitata una cosa assurda, dolce, straziante, vera.

Ero in un bar di Torino, che aspettavo una persona che non sapeva per che ora sarebbe riuscita ad arrivare al nostro appuntamento. Siccome il tempo fuori era incerto e di stare in giro non ne avevo molta voglia, decisi di andare in un bar nei paraggi del centro e di prendere un cappuccino nell’attesa, mentre leggevo un libro per un esame all’università, di cui, ora, non ricorderei neppure il titolo.

I tavolini erano in una saletta interna, lontani dal rumoroso bancone e dalla porta d’ingresso, e in quel silenzio e con quel cappuccio bollente mi persi nella mia lettura.

Dopo un po’ di tempo arrivò una famiglia, i due genitori con le due figlie. Dato che era mattina, mi chiesi subito per quale strana ragione le bambine non fossero a scuola, ma mi venne in mente di quando, mia mamma, per “premiarmi” di essere stata brava a qualche visita medica, poi mi portava a fare colazione al bar e quindi immaginai che dovesse essere una situazione simile. Dopo poco, invece, iniziai a sentire nettamente la conversazione e, fino a quando quella famigliola rimase a quel tavolino, non girai più alcuna pagina del mio libro, nonostante sembrassi immersa nella mia lettura.

Il papà iniziò a parlare alle due bimbe, che mordevano le loro brioches contente, con una dolcezza che mi fece commuovere. Disse loro che erano la cosa più bella che lui e la moglie avessero, che loro le amavano tantissimo e nel dirlo, guardava la mamma delle bimbe, che lo guardava a sua volta con occhi sereni, annuendo. Spiegò alle bimbe che a volte capita che gli adulti non possano più stare insieme, perché non vanno d’accordo e che quando gli adulti litigano, non è come tra i bimbi che poi si fa pace, gli adulti ci mettono un po’ più di tempo. Le bimbe, soprattutto la più grande, sembrò turbata solo quando il papà iniziò a dire che sarebbe andato a dormire in un’altra casa, ma si rasserenò quando le dissero che per loro non sarebbe cambiato nulla: non avrebbero cambiato casa, non avrebbero dovuto cambiare cameretta, i loro giochi e le loro bambole sarebbero sempre stati nello stesso posto. Il papà disse anche che sarebbe andato a casa loro ogni volta che fossero state tristi o malate e che anche a casa sua, avrebbero avuto una loro cameretta. Anche la mamma riprese le parole del marito, parlando con dolcezza alle bimbe, sorridendo, passando il tovagliolo sulla bocca della più piccola che si era spalmata zucchero dappertutto.

Bene. Ho conservato l’immagine di questa famiglia e la conversazione di quel giorno nei miei pensieri e con gli anni, crescendo, sapendo, ho capito due cose fondamentali.

La prima è che sposati o no, conviventi o no, gli unici che possono tutelare i propri figli sono i genitori, e non la Legge o il matrimonio. Ho immaginato spesso il dialogo tra quella mamma e quel papà prima di quella mattina. Avranno pensato a dove dirlo, come fare per non ferirle, chi avrebbe dovuto iniziare a parlare per primo. La scelta di dirlo alle bimbe in un bar, lontano dalla quotidianità della propria casa, lontano dai luoghi in cui sono state felici insieme ai loro genitori. Mi piace pensare che sia stato per lasciare quel momento, a cui le bambine crescendo penseranno spesso, non in un posto significativo della loro infanzia ma a un bar qualsiasi del centro.

La seconda cosa che ho capito è che uno dei compiti fondamentali di un genitore, non è quello di lasciare i propri figli all’oscuro della sofferenza, del dolore, della tristezza, perché non è possibile, perché fa parte della vita. Quello che i genitori possono fare è attrezzare i propri figli a superare le difficoltà, le frustrazioni, la nostalgia, insegnare loro che di fronte a una buona colazione, anche qualcosa di tremendamente triste, può diventare un po’ più dolce. Nessun genitore può promettere a un figlio di amare per sempre l’altro, di essere per sempre felici insieme, perché a volte la vita si mette in mezzo e fa un po’ di casino, ma gli si può promettere che, comunque vadano le cose, si cercherà di sorridere, comprare le bolle di sapone, passare il Natale insieme.