FB_IMG_1460124883675Greta e Cinzia studiano ingegneria, Irene lavora in agenzia viaggi, Martina studia giurisprudenza e Sara architettura; Francesca vorrebbe diventare infermiera, Anna veterinaria e Sara pediatra. Irene non va ancora all’università ma le piace la chimica. Martina l’università l’ha quasi finita.

Tutte loro, insieme, sono giocatrici e compagne di una squadra di basket. Come dice il titolo del post, probabilmente la più sconquassata. Se vi capitasse di andare a vedere una loro partita, capireste subito di che cosa sto parlando. Mentre la squadra avversaria sta sfilando in maglietta con nome personalizzato, loro è già tanto che abbiano tutte la divisa (so per certo che le divise delle giocatrici che non giocano più vengono riciclate per quelle future). Mentre le avversarie fanno un duro riscaldamento pre-partita con la tuta della società en pendant con i borsoni e le scarpe, loro hanno in un angolo vicino alla panchina borse, bottigliette e felpe ammassate una sull’altra e stanno ridacchiando tra loro mentre lanciano la palla e probabilmente si raccontano cosa hanno fatto la sera prima. Negli spalti la situazione non è molto differente. Le avversarie hanno genitori, zii, nonni, parenti acquisiti, ex e colleghi, loro hanno qualche disperato affezionato che tifa un po’ in silenzio ed isolato per evitare il linciaggio.

Inizia il gioco. I primi due tempi sono pressoché in pari merito. Questa volta vincono. Nonostante la squadra avversaria abbia con sé le loro belle divise, le loro belle scarpe e i loro bei borsoni, non è così sicuro che vinceranno loro. L’abito non fa il monaco. Tié. E invece poi qualcosa cambia. Gli animi si scaldano, fioccano falli da una parte e dall’altra, “arbitro dovevi fischiare”, l’arbitro fischia “ma non ho fatto fallo”, il pubblico incalza “arbitro apri gli occhi”, “ehi!” “oh!”, “brava!!” Inizia il primo tempo successivo alla pausa. Una sbaglia. Perde la palla e il pubblico è entusiasta. Si demoralizzano, lo vedo che si demoralizzano. E se una si sconquassa, si sconquassano tutte le altre.  Iniziano a correre come palline impazzite. E anche l’arbitro corre e nella confusione generale, per non fare torto a nessuna, un po’ fischia e un po’ il fischietto lo dimentica, il pubblico dagli spalti partecipa sempre di più “ma che brava tua figlia, è migliorata un sacco”, “ma dove andate a mangiare dopo?”, “volete venire in macchina con noi?”, “arbitro ma dove guardi?”. Spintoni. Polemiche. Unghiate. Rimessa laterale. Tiro. Fallo. Due tiri liberi. Uno entra e l’altro no. Le avversarie ne approfittano. Qualche cambio sbagliato. Qualche urlo di incitamento. Guardano il risultato: le vincitrici compiacendosi e le altre dispiacendosi. Fino all’ultimo io ci spero, come da piccola che sostenevo e incitavo la mia squadra all’estate ragazzi quando vedevo gli sguardi di tutti come se avessimo già perso la grandiosa partita a palla prigioniera. E ogni tanto il miracolo avveniva. Il risultato veniva ribaltato e vincevamo.

Ultimi secondi. Un meraviglioso canestro da tre punti “a ciuffo”. Corrono. Sono felici. Si abbracciano. Esultano. Si congratulano.

Ma hanno perso.

Le due squadre si salutano, una stretta di mano veloce, guardandosi appena. E poi ognuna con la sua felpa sulle spalle si allontana dal campo. Sembrano sconfitte ma quando vado sotto per salutarle, qualche commento veloce sulla partita, qualche battuta crudele sulle avversarie, qualche disguido con l’allenatore. Ma il martedì tornano all’allenamento. E la domenica sono di nuovo in campo. A sghignazzare, perdere, organizzarsi per un panino e una birra dopo la partita. Qualcuna scrive falling down is not always losing. 

E la loro vittoria sta proprio lì. Anche se sono la squadra più sconquassata del mondo e sono più le volte che perdono rispetto a quelle che vincono, anche se hanno meno tifo, e non hanno le divise nuove, e non hanno il pallazzetto appena ristrutturato, il martedì andranno all’allenamento, essendo l’orgoglio di chi ha coniato il detto non è importante vincere, ma partecipare.

La vostra immancabile fan